13/05/2012
Diaz
“Sono tutti dei violenti, dei sediziosi, dei comunisti, dei black bloc che hanno distrutto la città. Uno di loro è morto e ora vi odiano. Dategli una lezione, fategli vedere chi ha il manganello, chi ha la forza…picchiate!”: questo, o qualcosa del genere, potrebbe essere stato detto alle squadre di polizia prima di assaltare l’intero corteo di duecentomila manifestanti pacifici che si snodava lentamente, parallelo al mare di Genova. E poi, la sera, prima dell’agghiacciante irruzione alla scuola Diaz dove ragazzi provenienti da tutti i paesi europei si accingevano a dormire. Era il 21 luglio 2001.
L’altro deve diventare il nemico, senza volto, senza differenze, senza comprensione di chi è, e di cosa vuole. L’altro diventa il mostro, come in ogni guerra, altrimenti uccidere sarebbe molto difficile. Sarebbe anche difficile, come in questo caso, scaricargli addosso tutta la propria violenza, la propria rabbia, senza vedere se è un ragazzo indifeso, una ragazzina terrorizzata, un vandalo che sta per dare fuoco a un’auto o a un negozio, o un delinquente che si accinge ad ammazzare qualcuno.
Nel film “Diaz”, di Daniele Vicari, che sta girando in questi giorni nelle sale cinematografiche, purtroppo con pochi spettatori perché la sospensione della democrazia a Genova, durante il G8, è stata già dimenticata, e non sempre compresa, c’è una scena molto significativa. Un poliziotto vede, fra i feriti della Diaz portati in ospedale, un vecchio con un braccio rotto e gli chiede cosa ci facesse lui fra quei comunisti, fra quei violenti. Il vecchio lo guarda quasi sorridendo e gli mostra un vicino di letto, pieno di lividi, tagli e bende; gli dice che quel ragazzo è un giornalista di una testata neppure di sinistra: la Gazzetta di Bologna. Poi aggiunge: “ Avete fatto una cazzata!”.
Quello che il film non chiarisce è perché tutto questo è avvenuto: se per incapacità a gestire una situazione delicata e complessa, o per un disegno da macelleria cilena. Neppure spiega ciò che veramente aveva spinto migliaia di giovani, e meno giovani, a protestare contro una globalizzazione che non ha pietà, né giustizia per i più deboli del pianeta, e che forse solo ora stiamo vedendo dove veramente sta portando anche le economie ricche dei nostri Paesi.
Il popolo no-global andava dagli scout agli anarchici: una compagine variopinta, multiforme, la cui colpa forse fu solo quella di non aver saputo controllare esigue minoranze di vandali, come ci sono spesso nelle tifoserie del calcio, con la differenza però che in tali casi sono proprio le forse dell’ordine che intervengono ad isolare i teppisti. A Genova invece i violenti hanno spesso agito indisturbati e poi la loro presenza è stata usata per giustificare una brutale repressione generalizzata.
Io ero nel corteo fra Boccadasse e la Foce, e, ingenuamente, mi aspettavo che le forze dell’ordine difendessero il mio diritto a manifestare pacificamente le mie idee, tenendo lontane da me sia la violenza dei black bloc, sia quella di chi, solo perché ha una divisa, ha voglia (o ordine) di prendere a bastonate persone inermi.
E’ solo per fortuna, caso fortuito, che il mio corpo non ha dovuto subire la brutalità dei manganelli, se non sono stata arrestata senza alcun motivo, se non ho vissuto quelle umiliazioni e quegli abusi intollerabili che vi sono stati nella prigione di Bolzaneto, e di cui vi è ormai ampia testimonianza. Violenze fisiche e morali indegne di un paese civile su giovani disperati, impossibilitati a difendersi, su ragazzine deturpate dai segni delle botte, che continuavano a piangere, come si vede nel film. Sembrava una vera guerra, ma qui la forza era unilaterale, come in una dittatura. In Italia non esiste il reato di tortura.
Il processo che c’è stato ha chiarito tante dinamiche, come le molotov nascoste dalla polizia nella scuola per mostrare la necessità dell’irruzione, ma pochi degli autori sono stati identificati e le pene sono state comunque irrisorie, mentre i veri responsabili, quelli delle alte sfere, non sono stati quasi toccati.
Alla proiezione del film c’erano un padre e una madre di un ragazzo ferito dalla polizia, e poi arrestato, mentre cercava di andare alla stazione a prendere un treno. Due giorni in carcere, prima a Bolzaneto, poi ad Alessandria, senza il benché minimo motivo. I suoi genitori all’inizio non sapevano neppure dove fosse. Rivedere tutto ciò che il loro ragazzo ha raccontato e ha poi testimoniato al processo, non è stato facile per loro. Sentire le grida, vedere la sofferenza nei volti dei protagonisti e sapere che tutto quello è veramente accaduto al proprio figlio, al proprio amico o amica, fa chiedere: “ Come facciamo ad avere ancora fiducia nelle forze dell’ordine e soprattutto in chi le comanda?”.
Io voglio però credere che anche chi ha commesso tali torture ( chiamiamole con il loro vero nome) abbia subito un trauma, sia rimasto segnato, e questo forse gli avrà fatto ripensare, in tutti questi anni, che era possibile e giusto agire in modo diverso.
10:13 Scritto da: nadia2012a | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
Facebook
09/05/2012
Tibet
Immagino il Tibet oggi: monasteri distrutti, o rimasti gusci vuoti per i turisti; cinesi che profanano ogni luogo sacro, vedendolo come simulacro di una sorta di medioevo, nel senso dispregiativo del termine; la ‘modernità’ che avanza come una piovra, cancellando il passato; la natura sfruttata senza rimorsi per l’armonia e la bellezza calpestate.
E i tibetani? Più di un milione sono stati uccisi dagli anni cinquanta ad oggi. Ma non è bastata al governo cinese la morte fisica di un popolo: oggi è anche l’etnocidio quello che viene sistematicamente perpetrato, insieme alla repressione violenta di ogni tentativo di ribellione.
E’ il colonialismo più spietato: la distruzione delle tradizioni, dei luoghi simbolo della religione, la cancellazione della lingua (che non viene più insegnata nelle scuole), l’offerta dei miti del consumismo, ma, ancor peggio, i nomadi costretti in campi di concentramento dove si lasciano morire insieme ai loro animali, le sterilizzazioni e gli aborti forzati, i matrimoni misti obbligati per eliminare i tibetani, per rendere tutti gli abitanti cinesi, e ancora il lavaggio del cervello nei confronti dei pochi monaci rimasti e l’obbligo di permettere ogni anno solo un esiguo numero di monacazioni.
E’ la brutalità estrema del colonialismo, quella che tante volte l’umanità ha conosciuto. E’ quello che hanno fatto gli europei con gli indios, i nuovi australiani con gli aborigeni…
Nel mese di aprile tre tibetani si sono dati fuoco, per disperazione forse, ma anche per ricordare al mondo che esistono, che non sono stati completamente piegati, che l’oppressione continua ad essere feroce.
Noi occidentali non abbiamo grande simpatia per le credenze e i riti del buddismo tibetano che, per lo più, riteniamo magici, e ci ricordano un certo oscurantismo medioevale; forse per questo pochi di noi si sentono veramente vicini a questo popolo. Ma quegli antichissimi riti hanno significati di cui l’uomo di oggi ha assoluto bisogno, e se colti nel loro vero senso, depurati un po’ da quell’alone di superstizione che noi riteniamo vi sia, e forse vi è, hanno messaggi profondissimi per l’intera umanità.
Oltre a questo, nulla può giustificare la distruzione di una cultura, e delle persone che ne sono portatrici; anche gli europei alla conquista delle Americhe, o dell’Africa, ritenevano di portare la civiltà, ma quale civiltà? La vera civiltà è la libertà, l’ascolto, il rispetto. Ciò che invece è vincente è l’appropriazione delle risorse di un territorio, per questo si commette qualsiasi brutalità.
Per quel poco che conosco del buddismo, so che la visione della vita è, non solo diversa, ma addirittura opposta al modello che ormai caratterizza gran parte dell’umanità (pur non peccando di ingenuità dimenticando che anche i buddisti hanno commesso le loro ingiustizie, soprattutto nei confronti della precedente religione Bon): ogni esistenza viene vista in una profonda interconnessione con tutte le altre e va rispettata, anche la più umile; l’obiettivo di ognuno è la purificazione interiore superando i desideri che provocano sofferenza, abbandonando il proprio io per una vita e una rinascita felici.
Immagino come potrà sentirsi un giovane tibetano, lacerato da modelli contrapposti, senza identità, che vede distrutto il suo popolo e ogni cosa che lo rappresenta. Quale futuro potrà attendersi sottoposto ad indottrinamento o repressione, travagliato da una scelta disumana: diventare altro da sé, o perire?
C’è però in tutto questo un risvolto, che la storia ci insegna, e che vediamo già in atto: la diaspora dei tibetani ha portato il buddismo nel mondo.
Il buddismo, che ritengo in sostanza essere una filosofia, oltreché una religione, ha attecchito anche da noi, in forme più razionali e adatte al mondo occidentale, perché risponde ad esigenze ormai fortissime di spiritualità, di interconnessione e di senso della vita. Esiste la cosiddetta curva della felicità del buddismo che ci spiega, per esempio, che un aumento del benessere materiale fino ad un certo punto amplia la piacevolezza della vita, ma, se va oltre, la diminuisce, soprattutto perché non lascia spazio ad altro, ai veri bisogni dell’essere umano.
Mi viene allora da pensare che quella che appare la triste morte di una cultura, è anche un momento di diffusione dei suoi elementi essenziali: diventa seme che fiorisce altrove. Certo per i tibetani questa non può essere una consolazione, e il mondo dovrebbe farsi carico della loro sofferenza. Purtroppo però chiedere all’Occidente di condannare i cinesi, è chiedergli anche di condannare se stesso e la sua storia di dominio. Per questo forse gli interventi sono piuttosto tiepidi.
Inoltre, a noi, e anche ai cinesi, viene raccontato sempre che… in fondo in Tibet è arrivato… il PROGRESSO!
09:27 Scritto da: nadia2012a | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
Facebook
31/03/2012
Ricordando i partigiani
Bagni di Vinadio, 5 aprile 1944. Eliminato presidio repubblichino di otto uomini, ultimo della valle Stura. Pianche, 17-20 agosto. I partigiani combattono contro la 90° Divisione corazzata tedesca, poi salgono al Migliorero, a duemila metri di altitudine. Sono in 400, fra soldati che hanno scelto di resistere e ragazzi montanari capaci di mantenere i collegamenti con le altre bande e con la Francia; Nuto Revelli è il loro comandante. Ci sono anche quaranta prigionieri, spie e fascisti. Il 22 agosto giungono anche Ettore Rosa e Livio Bianco.
I tedeschi salgono sempre più in alto, verso San Bernolfo. I partigiani decidono di liberare i prigionieri e tentare la fuga. La notte del 24 agosto, braccati dai nazisti, scendono a Callieri attraverso i boschi, e poi a Bagni, dove risalgono per il sentiero che porta al passo Tesina, per giungere a San Anna di Vinadio, verso la salvezza.
Chi ricorda ancora questi avvenimenti? Chi li ricorderà in futuro? Pensando a quei drammatici eventi e a quei giovani, le montagne non mi sembrano più sassi, alberi e neve senza coscienza, ma osservatrici silenziose che non siamo più in grado di ascoltare: testimoni di vite, dolore, speranze, fede in un mondo diverso, lontano dalla barbarie e dall’ingiustizia.
Alla luce della storia e dei suoi tristi ricorsi che hanno continuato a corrompere e insanguinare questa nostra umanità e questa nostra terra, sembra quasi che ogni sacrificio sia stato vano, anche se occorre riflettere su come avrebbe vissuto la mia generazione senza quella resistenza, e anche senza quelle che sono venute dopo: le lotte dei lavoratori nei decenni successivi.
Mi piace pensare, comunque, che ogni lotta abbia un senso, anche se i posteri si ritroveranno ancora al cospetto di idee aberranti, giustizia negata, diritti smantellati. Ogni lotta per la vita è anche una lotta per la dignità, che, seppur schiacciata, non si sottomette, nonostante si debba sempre ricominciare quasi daccapo.
Oggi la lotta partigiana e quelle sindacali degli anni sessanta talvolta sembrano cancellate dalla memoria; il potere, seppur in forme diverse, continua a mettere al primo posto se stesso e il profitto; le persone vengono dopo, o non vengono affatto. Tutto, però, sembra più complicato rispetto al passato, e c’è da chiedersi: chi sono ora i padroni? Chi sono ora i nemici ( ma mi piacerebbe chiamarli solo avversari)?
Gli stessi lavoratori, quelli che magari hanno raggiunto qualche infimo privilegio in più di altri, diventano piccoli azionisti di qualche azienda multinazionale, o comunque affidano i loro sofferti risparmi alle banche, senza sapere neppure cosa queste ne faranno: si scopre così che tra i padroni possiamo esserci anche noi, noi stessi che subiamo questo disumano sistema economico, ma che di esso facciamo anche parte, e questo è incredibilmente drammatico.
Nel ’44 almeno tutto era più chiaro, si sapeva chi erano i nemici e i loro complici. Oggi questi sono anche dentro di noi. Il luogo della lotta non sono più le meravigliose montagne, ma la nostra stessa anima, perché anche di questa ci hanno derubato, colonizzando il nostro spirito e le nostre menti.
La battaglia odierna, forse, è fra accettare che i diritti, ottenuti con le unghie e con i denti dalle generazioni precedenti, siano svuotati di significato per salvare un sistema che nel suo affondare intimorisce quelli di noi che hanno qualcosa da perdere, oppure avere un sussulto di dignità.
Le montagne restano silenziose, forse ad aspettare qualcuno che voglia ancora risalirle, sperando che non debba avere un fucile fra le mani, ma tante idee e un cuore generoso, e salga per costruire, insieme ad altri uomini e donne, qualcosa di inedito per abitare la Terra intera, qualcosa che ci salvi, e ci salvi tutti.
18:31 Scritto da: nadia2012a | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
Facebook
25/03/2012
San Suu Kyi
“Assentire o dissentire è prerogativa solo di chi vive in un sistema democratico. In un regime autoritario, dissentire può essere considerato un crimine. Il che ci rende la vita parecchio difficile, a volte pericolosa, senz’altro mai monotona” ( da “ Lettere dalla mia Birmania” di Aung San Suu Kyi).
San Suu Kyi è stata chiamata “orchidea d’acciaio” per la sua mite e strenua resistenza nonviolenta a una delle peggiori dittature esistenti. Premio Nobel per la pace nel 1991, ha trascorso quindici anni agli arresti domiciliari. E’ stata costretta a una scelta drammatica e disumana: rimanere lontana dalla sua famiglia o abbandonare la lotta per la libertà del popolo birmano che la vuole leader, come fu suo padre, assassinato da avversari politici nel 1947, per riportare la democrazia e i diritti umani nel Paese.
San Suu Kyi è una donna che ha sentito dentro di sé l’imperativo categorico di occuparsi delle sofferenze del suo popolo, sacrificando la sua vita. La sua esile figura esprime la dolcezza orientale, insieme alla grazia e alla dignità di un cuore grande che ha fatto suoi gli insegnamenti gandhiani. Una donna che crede nell’umanità che c’è in ciascun uomo, nonostante la violenza che ha visto e vissuto, e crede nell’educazione, tanto che, negli anni della prigionia, ha tappezzato le pareti della sua casa con i suoi pensieri, per toccare il cuore dei giovani soldati, suoi carcerieri.
Di lei mi hanno sempre colpito i fiori freschi fra i capelli, il suo amore per la bellezza, simbolo di quella interiore che sfida la forza bruta del potere.
Le parole dedicata alla sua magica terra talvolta sono pura poesia: " Al tramonto il cielo s'infiamma di rosso e arancione. I birmani definiscono questa l'ora delle nuvole fiammeggianti, o anche l'ora in cui la bruttezza diventa bellezza, perché il riverbero dorato del tramonto fa sembrare ridenti anche le carnagioni più spente. Che bello se un semplice cambiamento di luce riuscisse a trasfigurare tutto ciò che è brutto".
23:50 Scritto da: nadia2012a | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
Facebook
17/03/2012
Himalaya
Non ho mai visto la catena dell’Himalaya, né quei popoli bruni che vivono ai suoi piedi fra pietre e piccoli campi erosi dal vento, ma mi sono bastate le foto di viaggi per provare emozioni potenti e perfino inspiegabili.
Quando la povertà non è miseria che uccide, nonostante l’affanno e la fatica, ha in sé qualcosa che riporta noi, abitanti delle città del superfluo, all’essenzialità, a una vita contadina primordiale che è nella radice dello spirito di ciascuno e vibra suoni ancestrali. Fa sentire la meraviglia e la potenza di misurarsi con giganti severi, a volte benigni, altre fatali, che sono la terra, le montagne, i cicli e la forza della natura. E’ sentire il rispetto, la reverenza verso un mondo ridiventato sacro che ci tiene in grembo, così come ci può schiacciare, un mondo che è la vita stessa.
Tutto questo, per noi, è sperimentare, seppur per poco, una dimensione in cui vita e morte sono più presenti, e hanno la grandiosità di un mistero che impone il silenzio e la necessità di dare un senso più profondo a parole e gesti, e all’essere insieme.
Percorrere i sentieri fra quei villaggi di pietra e fango, dove spesso gli unici colori accesi sono il rosso dei monasteri e il variopinto e continuo danzare delle bandierine della preghiera, con lo sguardo attratto dalle vette di ghiaccio più alte del mondo, fa sentire appartenenti a un’umanità in cammino, dove la propria fragile esistenza si fonde con migliaia di altre nei secoli. Fa sentire popolo in pellegrinaggio verso l’insondabile, alla ricerca di valori che, sbatacchiati dalla nostra quotidianità complicata, distratta e sterile, abbiamo perduto.
Inoltre, su queste montagne, nelle loro profonde valli, fra fiumi e deserti di roccia e neve, punteggiati di simboli religiosi, aleggia il richiamo a quella consapevolezza, di cui parla il buddismo, che sola, forse, può donarci un po’ di serenità.
10:46 Scritto da: nadia2012a | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
Facebook
24/02/2012
"Io sono Lì"
“Io sono Lì” è il film di Andrea Segre. Al di là della trama, delicata e bellissima che parla di un’amicizia incompresa fra una ragazza cinese e un vecchio pescatore slavo, è il titolo che mi interroga.
Mi fa sentire l’ambivalenza (a parte il richiamo al nome della protagonista che è appunto Lì) fra l’essere in un luogo fisico, o metaforico, portati dalle onde lunghe della vita, e l’essere col cuore altrove, in un altro posto o in un’altra esistenza forse creduta più felice, o dove gli affetti non sono stati spezzati.
Chi ha provato cosa si sente ad essere catapultati in un’altra città, o in un altro continente, o semplicemente in un’altra vita perché la prima è andata in frantumi, sa che ( come viene descritto nel film) “l’acqua che entra nella laguna (quella di Chioggia) non ritorna mai tutta al mare: una parte vi resta intrappolata”. Ogni spazio, relazione, mondo culturale, lascia segni profondi, e il dolore di essersi dovuti allontanare scioglie in nostalgia.
Fortunatamente in tutto questo c’è anche un aspetto meno triste, che è quello dell’esperire: c’è ricchezza, seppur sofferta, nell’aver vissuto più brandelli di vite: ci si sente impastati di tanto e di tutto, talvolta deragliati su binari morti, altre volte all’inizio di strade insospettate; inoltre, dopo molto tempo, nei rapporti con gli altri si colgono le assonanze che fanno comprendere come al di là dell’origine, della cultura, delle credenze, delle condizioni esistenziali, gli esseri umani si somiglino.
16:26 Scritto da: nadia2012a | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
Facebook

