“La donna elettrica” film di Benedikt Erlingsson

L’Islanda: la terra vergine fra le ultime. La terra bambina, com’era alle origini: ghiaccio e fuoco, pascoli e deserti, mare e montagne quasi inabitate e bellezza infinita.

Nel film “La donna elettrica”, l’isola diventa simbolo dell’intero pianeta minacciato dalla follia umana, che non permette di vedere l’impossibilità dello sviluppo illimitato e la pericolosità dello sfruttamento incondizionato delle risorse da parte delle multinazionali che, di fatto, hanno ormai reso un guscio vuoto la stessa democrazia.

Una donna energica vi si contrappone, interrompendo più volte le linee elettriche con uno strumento semplice e antico, l’arco, e facendo poi saltare un pilone dell’alta tensione, dribblando le forze dell’ordine che spesso finiscono per prendersela con uno straniero di passaggio, simbolo forse del capro espiatorio di cui oggi si fa largo e propagandistico uso.

La protagonista dichiara poi pubblicamente le ragioni dei suoi gesti, nella speranza di contrastare l’indifferenza e dare informazioni che possano far nascere un movimento di resistenza fra i suoi concittadini e, forse un po’ ingenuamente, nel mondo intero.

La deflagrante dichiarazione viene subito sabotata dal potere politico ed economico con una raffinata strategia di persuasione e mistificazione, decisa proprio nel luogo più simbolico dell’Islanda: là dove si incontrano le zolle tettoniche di due continenti, dove passa una delle faglie più importanti del pianeta, e dove un tempo si riunivano i capi tribù per prendere all’unisono le decisioni più importanti.

La strategia fa leva su presunti pericoli per la democrazia, sulla condanna della violenza, sulle politiche ecologiste del governo e sul ricatto della disoccupazione. Intanto le grandi aziende occupano sempre più spazi in uno degli ultimi luoghi incontaminati del pianeta.

Per la “donna elettrica” la Terra è Madre che nutre e protegge e ha bisogno di essere curata e salvata a tutti i costi, perché è la vita stessa; solo così potranno sopravvivere le nuove generazioni il cui futuro è messo in pericolo dagli effetti catastrofici dei cambiamenti climatici. Il rapporto di attenzione e protezione che la protagonista ha con la Natura è anche lo stesso che realizza nei confronti del prossimo e il fondamento è sempre il medesimo: l’amore. Si potrebbe parlare della proposta di una spiritualità, tutta al femminile, della Madre Terra, che può ritrovare oggi la sua ragione d’essere, considerando l’attualità delle problematiche trattate.

La protagonista è però lacerata dal desiderio di continuare la sua lotta, pagandone tutte le conseguenze, e quello di vivere la sua maternità adottando una bambina che vive in Ucraina, terra sconvolta da guerre e dall’immane catastrofe che si chiama Cernobil.

L’adozione le viene proposta nel momento meno adatto; infatti la donna viene arrestata e cade nella disperazione pensando alla bimba che l’aspetta. Altre persone però intervengono: un pastore, presunto cugino, si sostituisce a lei nelle azioni di sabotaggio; la sorella gemella, che percorre un sentiero di tipo interiore e mistico, si scambia con lei in carcere, per permetterle di recarsi in Ucraina a prendere la bambina rimasta sola al mondo.

Le due donne sembrano rappresentare istanze diverse dell’essere umano, che però si completano l’una con l’altra: la spinta verso l’esterno, l’azione politica e sociale, e quella verso l’interno, la meditazione e il ritiro dal mondo. Gandhi e Nelson Mandela, raffigurati nelle foto appese nella casa della protagonista, le hanno fatte proprie entrambe, hanno realizzato questi due aspetti, indispensabili a chi vuole tentare di rendere migliore il mondo.

Durante tutto il film, si manifestano delle presenze surreali: un trio musicale e tre donne che cantano indossando costumi tradizionali ucraini. Oltre al richiamo probabile alla religiosità primitiva islandese, ricca di esseri magici, queste presenze paiono rappresentare le somiglianze fra le antiche culture dei diversi paesi e mostrano, esternalizzandoli con i loro silenzi e i loro suoni, le emozioni che la protagonista vive. Talvolta il ritmo della musica diventa particolarmente incalzante per sottolineare la tensione, ma anche per ritmare il flusso del tempo  ed evidenziare l’urgenza di agire ora.

La scena finale è quanto mai simbolica: un autobus in Ucraina non può più procedere a causa di un’alluvione e le persone sono costrette a continuare a piedi nell’acqua che diventa via via più profonda. La terra asciutta è lontana, ma possono ancora arrivarci e portare in salvo pochi oggetti e la cosa più preziosa di tutte: i loro figli.

 

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Il ponte

Mi sembra sempre di esserci su quel ponte di Genova. Sbuco fuori dalla galleria ed è un sollievo vedere quel lungo nastro grigio di asfalto sospeso fra due monti, nel vuoto, con i suoi bianchi giganti che lo trattengono, lo sostengono, si ergono ieratici a dimostrare quanto l’intelligenza umana sappia sfidare l’impossibile. E’ un sollievo vedere quella strada nel cielo, perché vuol dire che sono quasi arrivata a destinazione.
Quante volte l’ho pensato! Oppure ero in partenza e con quel ponte finalmente lasciavo alle spalle il traffico intenso della città e cominciavo a correre verso un’altra meta.
Mi sembra irreale che non saró mai più lì, che quella strada è finita, che è accaduto, che il grande ponte è crollato, si è sbriciolato con il suo carico umano, con le vite ignare che si è portato dietro.
Quando qualcosa nella nostra vita c’è sempre stata e viene meno, qualcosa di familiare, di abitudinario, qualcosa che faceva parte di noi, del nostro paesaggio, delle nostre certezze, tutto dentro noi si smarrisce, si rompe e ci lascia attoniti. Non siamo abituati a pensare che le cose possano finire, che quello che davamo per scontato può di colpo cedere, inclinarsi, cadere, non esserci più.
Forse un ponte che crolla diventa una metafora dell’impermanenza, della nostra caducità, così come quella del nostro mondo, del nostro progresso effimero.
Forse sentire la nostra fragilità potrebbe farci fermare nella corsa pazza verso il baratro, e farci sentire più umili, più fratelli, mettere al primo posto ció che vale davvero: la vita, gli altri, la bellezza, la natura, la sicurezza di tutti.
Le auto che corrono verso il vuoto sono l’immagine della nostra società in questa epoca in cui costruiamo e distruggiamo senza preoccuparci del futuro, di ciò che lasciamo a chi verrà dopo di noi.
Le auto che corrono verso il vuoto… qualcuna si è fermata in tempo, ha potuto farlo. I conducenti hanno lasciato tutto e sono corsi indietro aiutandosi gli uni con gli altri a mettersi in salvo. Anche questo, talvolta, sanno fare gli esseri umani. Quelli che ancora potevano, che per fortuna o consapevolezza si sono accorti che la strada era finita.

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Resistere

Li ho visti, altrove,
quelli che resistono.
Dispersi,
qualcuno disperato
perseguitato,
pieni di coraggio
o pazzia.

Li ho visti, vicino,
riunirsi in una piazza indifferente,
davanti ad una frontiera armata,
salvare in mari assassini,
camminare lungo sentieri derisi
o incontrarsi,
su una montagna di memoria,
per ricominciare.

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Dio è tornata

Il libro di Vauro Senesi “Dio è tornata” mi ha commosso intensamente. Difficile però dire cosa passa per la pelle e per il cuore leggendo questo romanzo surreale e profondo. Con le parole si può spiegare solo un barlume di ciò che la sensibilità prova. E’ pieno di compassione, di umanità, qualcosa in cui oggi è difficile imbattersi. E’ pieno anche di interrogativi sul male e sul dolore, che lo stesso Dio donna si pone, e a cui non si possono dare risposte. Il male non è Dio. Il male è altro. Dio è solo amore, essere, esistenza, coscienza, vita. Una madre che dà la vita. Ma perchè non può opporsi all’opposto da sè?

Questo Dio sente lo stesso dolore degli uomini, partecipa delle loro sofferenze, piange con gli ultimi della terra, con gli emarginati e condivide la loro esistenza. Ma chi è questo Dio se non la nostra capacità di sentire ciò che vive l’altro, se non noi stessi quando la smettiamo di sentirci e crederci separati? L’Umanità, dice la protagonista, è un unico corpo, non c’è divisione. Questa Lei diventa talmente umana dà vivere la confusione, la disperazione, ma anche la gioa della danza, del contatto e dell’estasi del corpo.

E’ un racconto duro, a tratti violento. Non dà tregua. Ma c’è il trionfo dell’Amore, la capacità di amare che hanno gli esseri umani e che li fa simili a Dio e che le donne, o comunque la parte femminile di ciascuno di noi, hanno forse un po’ di più, per quella particolare sensibilità intuitiva che permette loro di ‘vedere’ l’altro e sentire come lui sente.

Questo Dio affronta sfide indicibili, mostra tutta la sua forza e la sua fragilità. C’è un Lazzaro che si rifiuta di resuscitare dalla morte che si è dato con un’overdose, perchè la non esistenza è meglio dell’inferno del vivere; c’è un vecchio rom, che ha vissuto la terribile esperienza dei lager, che riconosce Dio ma dice anche che Lei là non c’era, e pronuncia queste parole con la sicurezza di chi sa. C’è anche la figura di un caro amico di Vauro, seppur l’autore non ne pronunci il nome: Don Gallo, il prete che accoglie i poveri, gli sbandati e tra questi anche Lei, un Dio confuso pieno di dubbi, a cui dice prima del commiato definitivo: “So con certezza che tu non hai mai immaginato il male. Non lo hai concepito. Tu lo hai subito. Lo subisci. Chi soffre il male non può esserne parte. Ma tu, ma noi possiamo lenirlo. Possiamo lenire il male solo se lo assumiamo.”

Quello che sento è che questo Dio siamo noi. Noi nel dolore e nella ricerca di senso, noi quando porgiamo una mano o un sorriso per accogliere l’altro, insieme a ciò che gli ha sfregiato l’anima.

Grazie Vauro della tua sensibilità, e anche della tua giusta rabbia, che è anche la mia, di fronte all’ingiustizia.

 

 

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“La terra buona”

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La “Terra buona”. Ho conosciuto padre Sergio e l’interpretazione di Brogi l’ho trovata molto realistica. Sono sue le poche parole, l’accoglienza, l’affabile ironia, la semplicità, gli sguardi e i soprattutto i silenzi.
Un film che parla di altri mondi: quello della montagna austera, della vita priva di comodità, della bellezza della natura selvaggia che fa sentire nel grembo della Terra, della solitudine, come strumento per ritrovarsi e guarire dall’angoscia, e del vero senso della comunità. Un film che dice come tutto questo possa trasformare l’Uomo, renderlo migliore e dare un senso alla sua esistenza, accettando la sua limitatezza e impotenza di fronte al male e alla morte, sorretto dagli altri, diversi ed uguali.
Un film che sta avendo successo forse perché ciascuno dentro di sé sa bene, in fondo, che è tutto quello di cui abbiamo bisogno. Null’altro.

Altro…

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Quale scuola…e quale società?

Dalla scuola ci si aspetta molto. Ci si aspetta che risolva il problema del bullismo e delle baby-gang, che elimini la dispersione scolastica, che faccia crescere cittadini responsabili, che intervenga là dove la famiglia non è in grado di educare….e poi ovviamente che prepari alla vita, alle scelte e, non ultimo, al lavoro. Ci si aspetta anche che accolga nel modo migliore chi ha bisogni speciali, chi è diversamente abile, chi è appena giunto in Italia da un paese straniero e non conosce la lingua. Inoltre si presume che educhi alla democrazia, ai diritti, alla legalità, al superamento dei pregiudizi, alla pace, alla salute e alla tutela dell’ambiente. Tutto questo dovrebbe farlo senza trascurare la conoscenza delle varie discipline, insieme al metodo per apprenderle, farle proprie, approfondirle, appassionarsi.

Le circolari ministeriali citano molti di questi aspetti e certo io, come insegnante, non posso che essere d’accordo. Come potrei non esserlo? Sono un’educatrice, ho a cuore la crescita dei ragazzi, spero ancora che la scuola possa contribuire a una società migliore.

E’ richiesto molto a noi insegnanti, ma possiamo davvero operare in tutti questi ambiti in modo efficace?

La risposta la cerco nella mia esperienza nella scuola superiore, ma mi accorgo che in realtà non c’è un unico giudizio che io possa dare, un giudizio lapidario.

Nella scuola si fanno moltissime cose, tanti progetti per raggiungere gli obiettivi richiesti, tanti sforzi; ogni giorno si cerca di dare messaggi positivi e stimolare l’interesse per il sapere, almeno per quella parte di corpo docente che è ancora motivata all’insegnamento. Ciononostante ci si sente sempre insoddisfatti, inadeguati al compito. O almeno io mi sento così. Ogni anno spero di riuscire a fare qualcosa di più, a trovare qualche metodo migliore per adeguare l’insegnamento sia alle rinnovate esigenze sia ai ragazzi che incontro, ma ogni anno ho la sensazione non che sia un totale fallimento, ma che sia sempre troppo poco.

La scuola non può essere un’isola felice: gli allievi, gli insegnanti, i metodi, il modo in cui è strutturata, sono figli delle contraddizioni della società e una vera riforma necessita un ripensamento antropologico, sociale e politico, che in realtà in questo periodo della nostra storia appare estremamente utopistico.

Ripensare la scuola, l’educazione, implica domande fondamentali, quali, per esempio, cosa sono la felicità, la libertà, cosa è la conoscenza, chi è L’Uomo, come si possono risolvere i problemi sociali, qual è la società migliore e il modo per realizzarla; implica un profondo discorso sui valori. Ma allora ripensare la scuola vuol dire anche ripensare la società, il modello economico, il rapporto con la natura, e non bastano certo i tentativi di riforma che sono stati fatti in tutti questi anni.

A dire il vero, una buona guida a quali valori educare l’abbiamo: la nostra Costituzione e i suoi principi. Ma quanta distanza c’è fra questi principi e ciò che i ragazzi vedono e sentono ogni giorno? Come non far loro pensare che tanto sia tutto inutile, siano solo parole? Come farli appassionare davvero ai valori nati dalla Resistenza e anche a trovarne altri loro, per affrontare le sfide odierne? Molte cose si fanno, ma non è abbastanza perché il compito è immane e la società non rispecchia affatto gli obiettivi educativi della scuola, talvolta neppure la famiglia. La scuola è lasciata sola, gli insegnanti sono lasciati soli.

Qualche volta, quando sono maggiormente presa dallo sconforto, penso che la scuola sia solo il luogo dei buoni propositi, e che poi purtroppo i ragazzi impareranno che il mondo fuori è un’altra cosa…

Un’esperienza che mi coinvolge da vicino, in quanto referente di un progetto di una rete di scuole superiori, è quella dell’inserimento dei ragazzi stranieri neo-arrivati. La nota del Ministero “Diversi da chi?”, sottolinea la necessità dell’inserimento immediato degli alunni neo-arrivati nella scuola italiana, nella consapevolezza che una “buona scuola” deve creare uguaglianza, adattando il programma con piani personalizzati e sostenendo l’apprendimento dell’italiano, come lingua seconda, attraverso un’adeguata offerta formativa. Si dà il caso, però, che questi obiettivi possano essere perseguiti esclusivamente attraverso progetti che, oltre ad essere piuttosto complessi già nella loro stesura, necessitano di finanziamenti che possono essere ottenuti partecipando a bandi di concorso indetti dalla pubblica amministrazione o da enti privati; perciò, per loro natura, si tratta di iniziative temporanee, legate alla disponibilità o meno di fondi, oltreché alla presenza di insegnanti specializzati nel campo. Tutto questo non permette di avere certezze su ciò che si potrà fare l’anno a venire e spesso neppure su cosa veramente sia utile. Infatti l’inserimento in una scuola superiore di allievi da alfabetizzare in italiano, nella maggioranza dei casi non dà buoni risultati sul piano del raggiungimento degli obiettivi minimi, seppur si comprende che è corretto dal punto di vista dell’integrazione sociale e culturale.

I motivi di questi insuccessi sono molti, alcuni anche imputabili a una certa mentalità di parte del corpo docente, secondo cui gli allievi vanno valutati tutti allo stesso modo, rinnegando o disconoscendo la lezione di Don Milani che insegna che non è possibile giudicare equamente se non tenendo conto delle condizioni di partenza. Ma non si tratta solo di questo: manca un chiaro piano ministeriale con finanziamenti cospicui e certi, e una formazione adeguata degli insegnanti, nessuno escluso.

Nonostante queste difficoltà, molto è stato fatto in questi ultimi anni, e personalmente ho visto diversi ragazzi stranieri, arrivati da poco nel nostro Paese, proseguire gli studi grazie alla loro ferrea volontà e alla capacità di noi insegnanti di trovare soluzioni per sostenerli, per dare loro l’unica cosa che possa farli sentire uguali: la parola per esprimersi. Ma il mio pensiero va spesso a quelli che hanno abbandonato, che hanno rinunciato, che abbiamo perso perché non hanno retto alla fatica a talvolta anche alle umiliazioni. In questi casi la scuola avrebbe potuto fare di più, ma doveva essere messa in condizioni di fare di più.

Per educare veramente e rendere “uguali” quelli che partono da situazioni di difficoltà (e non sono solo gli stranieri) ci vuole più scuola. Per formare ragazzi consapevoli della complessità del mondo che li circonda e dei valori che occorre coltivare sia per cercare la felicità sia per costruire una società inclusiva e un’umanità capace di affrontare le sfide più grandi della nostra epoca, ci vuole più scuola, e nella scuola ci vogliono più finalità educative e più insegnati motivati e preparati.

Sto pensando forse a una scuola a tempo pieno. Una scuola flessibile che permetta di coltivare anche gli interessi individuali, dove ci siano luoghi, tempi e occasioni di discussione, possibilità di essere seguiti individualmente per davvero e non solo sulla carta, dove la solidarietà sia coltivata al posto della competitività; una scuola dove  associazioni di volontariato e cooperazione abbiano ampia possibilità di presentare le loro attività, le loro idee e i loro valori agli allievi; una scuola che offra teatro, cinema, musica, arte, sport, ma soprattutto dove i ragazzi si sentano veramente partecipi di un progetto educativo da rifondare insieme attraverso il reciproco confronto. Una scuola a tempo pieno potrebbe offrire molto, magari non sempre obbligando; ovviamente avrebbe bisogno di un numero molto più elevato di insegnanti e di insegnanti che il Ministero dovrebbe formare davvero, secondo un progetto educativo chiaro e complessivo.

Di tutto ciò che ho descritto in precedenza, la scuola italiana non è priva; molte cose, come già affermato, vengono fatte, ma in modo frammentario, lasciandole alla buona volontà di insegnanti sottopagati e spesso poco considerati e poco aiutati in compiti difficilissimi. Inoltre manca il tempo. L’attuale riforma che prevede l’alternanza scuola-lavoro diminuisce ancora il tempo dedicato alla conoscenza e alla crescita, se non quella professionale e, anche in quest’ultimo caso, la difficoltà a trovare esperienze di lavoro formative e arricchenti non sempre permette il raggiungimento degli obiettivi proposti, inoltre costringe le scuole ad impegnare risorse umane e finanziarie che potrebbero essere usate in altre direzioni.

Come affermato all’inizio, una scuola diversa e migliore, pur senza sottovalutare le tante esperienze positive che oggi i ragazzi possono fare nella scuola italiana, deve partire da un ripensamento della società, dei valori, degli obiettivi educativi e poi, di conseguenza, dei metodi per raggiungerli. Potrà mai la nostra classe dirigente essere in grado di dare valide direttive coniugate alla capacità di ascoltare chi opera in questo fondamentale settore che rappresenta il futuro stesso della nazione? Non sono ottimista, visti i vari tentativi di riforma, la mediocrità dei nostri politici, la mancanza di lungimiranza, l’interessamento più al successo elettorale che al bene pubblico e, non ultimo, la perenne carenza di risorse finanziarie.

Ciononostante, considerando tutti i limiti della nostra pubblica istruzione, la scuola italiana è comunque un luogo che offre possibilità di crescita umana e sociale, di pluralismo, di educazione alla democrazia e alla cittadinanza, in cui i ragazzi possono esprimersi ed essere ascoltati, soprattutto possono scambiare idee e interrogarsi su se stessi e sul mondo che li circonda in modo molto più profondo che non in altri ambienti sociali o virtuali, superficiali, spesso conformisti e basati su stereotipi.

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“Non aspettarmi vivo”

Vorrei che molte persone leggessero il libro di testimonianze sui jihadisti tunisini delle due coraggiose giornaliste Anna Migotto e Stefania Miretti. Già il titolo, “Non aspettarmi vivo”, è di quelli che mette i brividi e fa capire molto bene il dramma di familiari, parenti e amici che vedono ragazzi giovanissimi, in genere ventenni,  cambiare da un giorno all’altro, o da un mese all’altro, e uccidere e  immolarsi per lo stato islamico.

Vorrei che molti lo leggessero perché è importante non vedere nel nemico solo il carnefice, ma capire cosa lo ha portato a compiere scelte per noi quasi incomprensibili e al di fuori delle nostre logiche e della nostra umanità; vedere in questi estremisti (ma la stessa parola in certi casi sembra quasi un eufemismo) una generazione che ha perduto il senso della realtà, scivolando in convinzioni medioevali, alla ricerca  di un mondo dove ci sono solo certezze, un’unica idea, con cui riempire il baratro di vuoto che ha dentro.

Vorrei che questo libro fosse letto anche perché mette a contatto con la complessità e la varietà culturale presente nel mondo islamico, spesso visto in modo stereotipato per scarsità di conoscenze e pregiudizi, difficili a morire anche quando è evidente che le prime vittime dell’Isis sono proprio i musulmani.

Come nasce un foreign fighter? Se, e quando, si pente di aver fatto quella scelta? Cosa fa sì che molti restino affascinati da tale prospettiva, ma poi, per fortuna, rinuncino a realizzarla fino in fondo? Cosa sono disposti a fare, talvolta, i padri, per salvare i figli? Come, e se, chi torna può essere rieducato e recuperato alla società? Quali sono gli ambienti, le condizioni sociali e psichiche, che più facilmente permettono il reclutamento? Come agiscono e chi sono i reclutatori? Quali i segnali che un genitore, un educatore e le stesse forze dell’ordine, devono osservare con attenzione?

Queste e altre sono le domande a cui l’approfondito lavoro d’indagine delle due giornaliste cerca di dare qualche risposta, pur lasciando naturalmente ancora aperti tanti interrogativi perché il fenomeno è di quelli che non fanno dormire la notte.

Mi ha colpito come i reclutatori facciano leva sulla ricerca di valori, suggerendo alle loro vittime come il loro modo di vivere sia privo di significato e che la ‘vera’ vita è altro. Di solito non parlano subito di religione, ma cercano di farle sentire colpevoli del loro vuoto, alimentando così una ricerca di senso a cui rispondono poi con una visione  delle cose di un manicheismo assoluto. La salvezza è abbracciare totalmente una fede cieca, anche fino al sacrificio estremo se il reclutamento è finalizzato al martirio. Questi ragazzi si immolano per essere qualcuno, per essere ricordati, avere una identità. Li assicurano che diventeranno loro stessi dei salvatori, facendo loro credere che, sacrificandosi, potranno garantire il paradiso a parenti e amici e che comunque la vita che merita di essere vissuta non è quella terrena, ma quella che li aspetta dopo. In altri casi li allettano con l’idea della costruzione di una società perfetta, il califfato appunto, dove andare a lavorare o combattere, promettendo anche l’acquisizione di notevoli possibilità economiche. Anche qui ha importanza l’aspetto identitario: smettere di sentirsi nessuno e avvertire di appartenere ad una comunità ideale, meglio ancora se si ha la prospettiva di vivere ‘alla grande’, soprattutto se si tratta di giovani in condizioni di emarginazione e povertà.

Tutto questo però in sostanza ci parla di che tipo di mondo abbiamo costruito, che prospettive valoriali e di integrazione sociale abbiamo dato alle nuove generazioni e alle seconde generazioni di immigrati, quale nullità di ideali. Ci parla di come non abbiamo saputo far sentire fondamentale la lotta per la democrazia, la libertà, i diritti, e trasmettere la consapevolezza che non ci sono vie facili e verità assolute, ma che il mondo è molto è più complicato e contraddittorio di come spesso la mente di un giovane immagina; ci parla di come non siamo riusciti a trasmettere i valori per cui tante persone sono morte e hanno combattuto contro i totalitarismi del Novecento. Ci parla forse anche di come i popoli arabi non abbiano saputo combattere contro i propri dittatori, dare prospettive economiche e ideali ai loro giovani, rimanendo chiusi, spesso, nell’incapacità di un rinnovamento religioso e politico autentico.

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Le origini del male

Mi ha colpito in questi giorni un piccolo libro intitolato “Il nostro male viene da più lontano” del filosofo e scrittore francese Alain Badiou. Si tratta della trascrizione di un seminario avvenuto il 23 novembre 2015 al teatro comunale di Aubervilliers.

Nella sua conferenza Alain Badiou si è interrogato con lucidità sulla situazione mondiale attuale e sul terrorismo, procedendo ad evidenziarne le cause e a delinearne una possibile, seppur quanto mai difficile, via d’uscita. Ho trovato il suo ragionamento storicamente, socialmente e psicologicamente fondato e provo di seguito a sintetizzarlo.

Il dramma atroce del terrorismo porta a tre rischi dettati dall’emotività che ne consegue e dalla umana paura: accettare ogni restringimento delle libertà e dei diritti da parte dello Stato tradendo ciò che di positivo ha, o dovrebbe avere, l’Occidente; lasciar campo libero alle pulsioni identitarie identificando il diverso sempre più come il nemico, dimenticando che lo stesso tipo di omicidi di massa avvengono ogni giorno in Medioriente, Asia e Africa (cioè disconoscendo che si tratta di crimini contro l’umanità intera); reagire facendo esattamente quello che si augurano gli assassini: fomentare una guerra di civiltà.

Occorre comprendere profondamente ciò che sta accadendo: il terrorismo è una malattia del mondo che va indagata per coglierne le cause e la possibile cura. Alain Badiou tratta l’importante e complesso fenomeno in sette parti che comprendono: la struttura del mondo attuale, i suoi effetti sui popoli, le reazioni di alcuni gruppi di persone che lui chiama “soggettività singolari e tipiche dell’epoca”, le attuali nuove forme di fascismo, come e perché alcuni giovani diventano dei crudelissimi assassini e suicidi, come la Francia in particolare stia mobilitando l’opinione pubblica intorno alla parola “guerra” e infine cosa si può fare per sperare di cambiare le cose.

Dagli anni Ottanta il capitalismo si è rigenerato attraverso la globalizzazione neoliberista mostrando di non avere né rivali né ostacoli sul suo cammino. Gli Stati stessi hanno sempre meno potere perché le vere decisioni sono prese altrove, a livello transnazionale, e a prenderle di fatto sono le concentrazioni industriali e bancarie, alcune delle quali sono più potenti economicamente dei singoli Paesi e mal digeriscono qualsiasi limite si tenti loro di imporre. La loro parola d’ordine è “privatizzazione”. “E’ in corso una vittoria, vasta e ramificata, delle ditte transnazionali sulla sovranità degli Stati” afferma l’autore. Il fallimento del comunismo (la stessa parola è stata criminalizzata) e la fine delle ideologie degli anni Sessanta e Settanta hanno provocato una mancanza di alternative.

L’imperialismo attuale non si basa più sul dominio coloniale dello Stato-nazione, ma sul dominio economico delle grandi imprese che predano materie prime e sfruttano il lavoro dei più poveri con qualche complicità locale. Gli apparati statali in questo contesto hanno il compito di proteggere le aziende che operano nei vari territori in base agli interessi nazionali, con qualsiasi mezzo, anche l’intervento militare ( in Mali, per esempio, la Francia interviene perché protegge i propri interessi, non per aiutare la popolazione, e così via).

Quello che sta avvenendo in questi ultimi decenni è che alcune zone del mondo sono lasciate in una situazione di anarchia e conflitto fra bande, senza un governo forte e unitario; spesso ad aver provocato questa situazione sono stati gli stessi interventi militari delle potenze occidentali finalizzati ufficialmente ad eliminare feroci dittatori e a portare libertà e democrazia.

Alain Badiou s’interroga molto su questo punto dando una sua logica spiegazione: secondo lui la creazione di zone ingovernabili e non statalizzate conviene a chi compra materie prime, a chi fa affari illeciti di tutti i tipi. Per questo tipo di fenomeno l’autore usa la parola “zonizzazione”, con la quale vuole dire che si distruggono gli Stati, piuttosto che tentare di corromperli o riorganizzarli, per avere mano libera trattando con le varie bande criminali di turno e intervenendo militarmente contro quelle che creano troppi problemi. Daesh, dice Alain Badiou, è ormai una potenza commerciale che vende a tutti: petrolio, opere d’arte, armi e cotone; probabilmente per questo si tarda a distruggerla.

Le conseguenze di questo sistema economico globalizzato e imperialista sono evidenti a tutti. Basta guardare i dati statistici: il 10 % della popolazione mondiale possiede l’86 % delle ricchezze planetarie disponibili; il 50 % non possiede nulla; rimane un 40 %, che è la classe media del pianeta, che si spartisce però solo il 14 % delle ricchezze. Questa classe media abita nei paesi occidentali, teme il suo impoverimento di fronte al fenomeno della globalizzazione e dell’arrivo dei più miseri, è convinta di rappresentare la civiltà contro la barbarie e perciò tende a diventare razzista e a disconoscere due miliardi di popolazione mondiale che non contano più nulla perché non possono essere annoverati né fra chi lavora né fra chi consuma. Gran parte di quest’ultimi vivono ormai in campi profughi o comunque al margine di un mondo che pratica nei loro confronti una totale esclusione. Il capitalismo, giunto alla sua massima espansione, non può valorizzare questa potenziale forza lavoro perché per farlo dovrebbe ridurre le ore lavorative per tutti e questo non rappresenterebbe un profitto.

La “zonizzazione” vede operare bande politico-militari, che l’autore definisce “fascistizzanti”, con coloriture religiose come copertura retorica. Badiou ricorda fenomeni di questo tipo anche all’interno del mondo cattolico: la coloritura religiosa era tipica, per esempio, del franchismo ed è presente nei rituali mafiosi. Si sofferma poi ad analizzare le figure psichiche, che lui chiama “soggettività”, prodotte da questo tipo di società mondiale: quella occidentale, quella del desiderio di Occidente e quella “nichilista”.

La prima è incarnata dalla classe media, che si spartisce il 14% delle ricchezze lasciate indietro dall’oligarchia che impera nel mondo, e si caratterizza per una fondamentale contraddizione: è contenta di sé e arrogante ma ha paura di perdere quel poco che ha, ha paura dei diseredati e bisognosi che bussano alla porta dell’Occidente e questa paura viene utilizzata da alcuni gruppi politici per carpirne il consenso. Ci sono poi coloro che assistono allo spettacolo dell’abbondanza, ma ne sono esclusi, vivendo un’enorme frustrazione e ribellione; costoro  cercano in tutti i modi di approdare a quest’altro mondo che non li vuole e di imitarne i modelli. Infine c’è l’ultima categoria esaminata, quella dei “nichilisti”: sono coloro che hanno sostituito al desiderio di Occidente, che rimane comunque nel loro inconscio, il desiderio di distruzione di tutto ciò che è occidentale, scatenando un’inaudita violenza contro l’identificato nemico,  contro chiunque non sia d’accordo con loro e contro loro stessi, ammantati di tradizione religiosa male interpretata e di un eroismo tragico che è un vera e propria pulsione di morte.

Il giovane nichilista da un lato odia l’Occidente e dall’altro, entrando a far parte di bande organizzate in forme simili alla mafia, è allettato dal soddisfacimento di alcuni desideri immediati: denaro, donne, simboli di potenza. Vi è poi l’idea della religione che gli dà un’identità sicura e procura una copertura ”morale” alle sue azioni criminali. Chi poi si suicida per la causa (e questa è una mia riflessione) nella sua follia forse vuole essere ricordato, rimanere nella storia come qualcuno e non trascorrere una vita senza essere nessuno, oltre alla convinzione inculcata di essere premiato nell’aldilà.

Guardando in particolare alla Francia, Alain Badiou parla della frustrazione della seconda generazione di immigrati. I padri erano stati richiesti come forza lavoro e si sono integrati come tali nella nazione, mentre oggi i figli non servono più perché nel frattempo le imprese sono andate altrove a sfruttare manodopera più disperata e perciò più a basso costo. Questi ragazzi si sentono privi di futuro.

Nell’ultima parte del libro e del seminario, l’autore tenta di fare proposte che possano far cambiare la situazione. C’è la necessità urgente di costruire un pensiero diverso, un’alternativa a  livello internazionale credibile, che faccia uscire il mondo dalla contraddizione capitalismo globalizzato e distruzione nichilista. Questo male, secondo l’autore, deriva dalla mancanza di una prospettiva di mutamento, di emancipazione, di giustizia per tutti come conseguenza del fallimento del comunismo; si è creata la convinzione che non ci sono altre possibilità oltre a questo sistema oligarchico profondamente disuguale, che non ci sono alternative ad essere un lavoratore dipendente/consumatore o un reietto che conta zero, invece che un cittadino del mondo, libero di pensare e agire e fruitore di diritti inalienabili.

I ragazzi di oggi sono appositamente disorientati, ed è con loro che occorre ricominciare a parlare. Devono farlo gli intellettuali, soprattutto verso i giovani proletari di tutti i continenti che potremmo definire nomadi in cerca di un posto nel mondo e di un mondo migliore. Soprattutto bisogna cominciare da quei giovani che né vogliono lodare l’Occidente né diventare dei nichilisti omicidi.

 

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Omaggio alla Terra

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